Passo di Campo



1915

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Escursioni Adamé Adamé Salarno Arno

Sentiero degli invasi dell'Adamello

Tanto per smentire quanto scritto in premessa: riporto le notizie circa il passo di Campo e la "grande guerra".
Gli avvenimenti del 5 luglio 1915 al passo di Campo mi ricordano da vicino, pur nel contesto completamente diverso, come è ovvio, i fatti di Nassirya: la posizione era sicura? protetta? secondo i canoni (protocolli) in vigore?


DESCRIZIONE

Dal volume: - VALSAVIORE 1915 - 1918
La guerra sull'uscio di casa - di ANDREA BELOTTI
Impaginazione e stampa: - Tipografia Camuna S.p.A. - Breno (BS) - Luglio 2002

Cap. III - Operazioni militari in Val di Fumo

Dalla Valsaviore, attraverso il Passo di Campo, si entra nella Val di Fumo, detta anche Valle del Chiese dal fiume che la solca in tutta la sua lunghezza dai ghiacciai dell'Adamello a Pieve di Bono, in Val Giudicarie.

"Questo ruscello (fiume Chiese, N.d.A.) ha la sua sorgente ai piedi del versante meridionale del ghiacciaio della Lobbia, e percorrendo le lunghe e diserte valli di Fumo e di Daone raccoglie nel suo corso da un lato tutti i rigagnoli prodotti dai ghiacciai che si estendono dalla cima dell'Adamello fino alla Valle di Roncon, dall'altro tutti quelli che scendono dalla lunga cornice che segna il confine fra il Trentino ed il Regno d'Italia, la quale altre volte divideva il Principato dal territorio bresciano.

Le cime di questa catena, anticamente chiamate "Fini" (da finis, confine), diedero alla parte superiore della Valle di Daone, che va dal punto denominato Boazze fino ai piedi della Lobbia, il nome di Val di Fini, corrotto poi in quello di Fumo.

L'altezza notevole di questa valle, il clima rigidissimo, le terribili tormente che vi si scatenano d'inverno, la rendono inabitabile.
Sentieri a mala pena praticabili dai pastori la percorrono, onde anche i "touristes" raramente vi si lasciano vedere per l'impossibilità di trovarvi ricovero e cibo.
La natura alpina vi spiega tutta la sua fierezza e non tollera quasi l'umana presenza in quelle solitudini". (15)


15) C. Gambillo, Il Trentino:
appunti e impression di viaggio, cit. ,pag. 177-178.

L'interpretazione data da Gambillo di "Valle dei Fini" (confini) non è da tutti accettata.
Qualcuno pensa che il nome "Valle di Fumo" trovi la sua spiegazione nell'abituale foschia da cui la valle è avvolta in conseguenza dei frequenti temporali estivi (A. Paini-G. Laeng), altri dalla nuvolosità ("fumus" in latino) provocata dal contrasto d'aria glaciale che spira da nord con la mite corrente in risalita dal sud (D. Ongari).

La Val di Fumo, che così si presentava anche allo scoppio della prima guerra mondiale, oggi, pur mantenendo la sua natura selvaggia, è di molto cambiata nel "tollerare l'umana presenza".
Tra gli anni 1950 e 1960 le acque della valle sono state imbrigliate in due grandiose dighe idroelettriche, diga di Boazzo e diga di Bissina, servite da una comoda strada carrozzabile asfaltata; alcune costruzioni, utilizzate nel corso dei lavori dagli operai, sono oggi adibite a colonie estive per ragazzi e famiglie; nel 1960, su iniziativa e progetto dell'ing. Dante Ongari, quasi alla sommità della valle, ad un'ora circa da diga Bissina, la SAT ha fatto costruire il moderno rifugio "Val di Fumo" dotato d'una cinquantina di posti letto.
Durante l'estate la valle è meta di numerose comitive di turisti ed alpinisti.


Come già visto, i nostri soldati, varcato fin dai primi giorni di guerra il Passo di Campo, erano entrati in Val di Fumo, territorio del Tirolo meridionale, senza notare la benché minima presenza di truppe austriache.

Lo sconfinamento in territorio austriaco faceva parte delle direttive impartite dal Comando della 1a Armata italiana con l'apertura delle ostilità e che ne imponevano l'esecuzione fin dalla mobilitazione.

"Operazione al Passo di Campo
- E' evidente la necessità di conservare il Passo di Campo essenzialmente a protezione della linea di Valcamonica, ciò che tutela anche gli importanti impianti industriali del Lago d'Arno (nel 1910 erano terminati i lavori di costruzione della Centrale Idroelettrica di Isola, nel 1914 erano stati sospesi, in vista della guerra, i lavori della diga al Lago d'Arno, N.d.A.).

Siccome in corrispondenza del passo e nelle immediate vicinanze entro confine non esistono posizioni tattiche atte ad una efficace difesa, e la difesa del colle occorre portarla sul vicinissimo costone antistante al Lago di Campo, così sarà necessario di sconfinare qui per occupare detto costone.

Per tale operazione il comandante del C. d'A. potrà delegare l'iniziativa dell'esecuzione al comandante delle truppe dislocate in prossimità del passo".

Scesi indisturbati al Lago di Campo, gli alpini avevano posto il loro accampamento tra i grossi alberi del bosco che si estendeva alla destra del lago, verso la Val di Leno. Ad essi, 51a e 90a Cp. del Btg. Edolo, dalla 5a Divisione erano state affidate la copertura e la difesa del crinale ovest della Val di Fumo, da M. Fumo a M. Listino; e poichè a M. Listino finivano le competenze della 5a Divisione (settori: Valtellina e Valle Camonica) ed iniziava il territorio affidato alla 6a Divisione (settori: M. Listino e Lago di Garda), agli alpini di Val di Fumo toccava pure la funzione di collegamento fra le due Divisioni.

L'occupazione pacifica del Passo e del Lago di Campo non lasciava però tranquilli i nostri alpini.
Era un incubo che andava sciolto al più presto.

"Mentre al Lago di Campo le compagnie cercavano una sistemazione, - è ancora l'alpino Maloni che racconta - il primo plotone della 51a Cp., plotone del quale io facevo parte, col favore della notte, scese verso il fondo valle, attraversò il fiume Chiese, raggiungendo le cascine di malga Boazzo.

Trovammo le cascine spalancate e capimmo che gli Austriaci erano appena fuggiti, non prima però di aver soddisfatto i loro bisogni corporali sulle singole brande.
La mattina dopo, le nostre compagnie che si trovavano nella paghera sotto Re di Castello videro noi alla malga Boazzo, ma notarono pure sulla montagna opposta, a sinistra del fiume Chiese, un movimento preoccupante di soldati austriaci.
Noi allora, appena avvertiti, per non correre inutili rischi, decidemmo di risalire e riunirci alla nostra compagnia".


Gli Austriaci erano quindi attestati sulla catena montuosa che da Cima Caré Alto (mt. 3462) degrada fin verso il Dosso dei Morti (mt. 2183).
Già prima dell'entrata in guerra dell'Italia, l'Austria aveva istituito, come già visto, sui valichi di quei monti dei piccoli presìdi militari per impedire l'espatrio in Italia di disertori trentini.

Allo scoppio della guerra, la difesa del Tirolo Meridionale e quindi anche della Valle del Chiese era stata affidata, dal Comando austriaco del III Rayon che aveva sede a Bondo in Val Rendena, ai Landenschutzen (difensori del paese) e ai Kaiserjager (cacciatori imperiali); ma trovandosi questi corpi già impegnati a combattere su altri fronti, la difesa del Tirolo Meridionale fu assunta dai Tiroler Standschutzen (soldati di difesa territoriale), volontari accorsi nei primissimi giorni di guerra, pronti a battersi strenuamente al posto dei loro commilitoni.

"Nei primi giorni del conflitto, - scrive Henz von Lichem, esperto germanico di scienza militare - il Tirolo potè essere tenuto unicamente per merito dei Tiroler Standschutzen, poiché i tre reggimenti dei Landesschutzen e quelli dei Kaiserjager si trovavano in Russia e Galizia... I 38.000 Standschutzen salvarono il Tirolo nei primi giorni di guerra, dando tempo ai Landesschutzen e ai Kaiserjager di giungere dal fronte occidentale". (16)

16) Heinz von Lichem, La guerra in montagna 1915-1918 - Vol. 1°, Casa Ed. Athesia, Bolzano 1994, pag. 4 1-42.

Ma perchè gli Austriaci s'erano dislocati sul crinale est di Val di Fumo e non sul crinale ovest dove correva il confine politico?

Innanzitutto l'Austria, a causa della mancanza di mezzi e di forze umane già impegnate, come detto, su altri fronti, aveva deciso di arretrare il suo confine entro quei territori dove la difesa presentasse minori difficoltà di movimento, di collegamento e di rifornimento: il versante destro della Val di Fumo era troppo lontano dai centri abitati delle Giudicarie, mentre il crinale M. Fumo, Corno di Cavento, Caré Alto, Cop di Breguzzo, Dosso dei Morti garantiva, attraverso le valli di Borzago, di S. Valentino, di Breguzzo, di Bondone un sicuro collegamento coi paesi della Val Rendena, delle Giudicarie e con la sede del comando austriaco di Bondo.

L'Austria inoltre poco si preoccupava della presenza di truppe italiane nei territori spontaneamente abbandonati (Val di Fumo, Val Daone e Val di Ledro), ben sapendo che un'eventuale occupazione italiana di quelle valli sarebbe andata a cozzare contro la cintura dei forti militari austriaci già predisposti all'incrocio della Val Daone con le Giudicarie e la Val di Ledro.(17)

17) Fin dai 1860 l'Austria aveva costruito, lungo le strade delle Giudicarie, una serie di fortificazioni atte a fermare qualsiasi avanzata nemica: forti Larino, Danzolino e Revegler (1860-1861), forte Corno (1884-1900) e forte Carriola, la piazzaforte più moderna delle Giudicarie (1907-1914).

Ma oltre a queste motivazioni di carattere militare ve n'erano altre di ordine storico e psicologico.
L'Austria pensava che proprio in quelle terre si trovassero le roccaforti dell'irredentismo trentino:

"se la popolazione bramava l'annessione all'Italia, non avrebbe appoggiato per nulla le truppe tirolesi.
Già ai tempi di Garibaldi erano scoppiati, proprio in quel recesso trascurato della monarchia asburgica, moti rivoluzionari cospicui ed i volontari garibaldini erano stati aiutati e sostenuti chiaramente dagli abitanti". (18)

18) Heinz von Lichem, cit., pag. 14.

Comunque, la decisone austriaca di lasciare parzialmente sguarnite quelle valli costituì per le popolazioni locali una vera fortuna, permettendo loro di attraversare quasi indenni il disastro della guerra;
soprattutto per la Valsaviore rappresentò un evento insperato: spostando praticamente il confine dal crinale ovest al crinale est della Val di Fumo, liberò i paesi della Valsaviore dal tiro diretto delle batterie austriache, scongiurando il pericolo di una loro totale distruzione;
sorte cui non potrà sottrarsi invece il paese di Ponte di Legno, bombardato, il 27 settembre 1917, dai mortai austriaci piazzati alla Quota 2609 dei Monticelli.

Ma mentre abbandonava il versante occidentale della Val di Fumo, della Val Daone e della Val di Ledro, l'Austria ben si arroccava sul versante orientale, costringendo gli Italiani che si erano assunti la funzione offensiva a procedere dal basso, su terreno scoperto, verso posizioni strategiche dominanti:
impresa militare quanto mai ingrata ed in fondo disperata.

Ma del resto questo era il sistema adottato dall'Austria fin dal 1866, quando, costretta a cedere all'Italia il Veneto, essa aveva tracciato il nuovo confine occupando, a tutto suo vantaggio, le sommità dei monti.

Facendosi forte di siffatto confine, detto dall'Italia "iniquo" perchè incurante delle proteste e del buon diritto delle popolazioni, il Generale Conrad, capo di stato maggiore dell'esercito austriaco dal 1906 al 1916, nemico dichiarato dell'Italia, si permetterà con alterigia di paragonare l'esercito italiano ad un naufrago afferrato ai bordi di una barca, al quale bastava mozzare le dita per farlo inabissare.

L'immagine era efficace, ma imprevidente: anche con le dita mozzate quel naufrago, arrancando, farà sua la barca e getterà a mare il nocchiero illegittimo.

Entro la prima decade di giugno le forze contrapposte avevano ormai preso stabilmente posizione:
gli Austriaci sul crinale sinistro della valle del Chiese e gli Italiani lungo i costoni del versante destro.
Il fiume Chiese segnava praticamente il nuovo confine fra le due parti avverse.

La consegna degli Austriaci, almeno per il momento, era quella di difendere il confine ed il territorio ad ogni costo;
per gli Italiani era sì quella di difendere il confine ma anche di avanzare.., per liberare il Trentino; e questo soprattutto nei primi giorni secondo le direttive imposte alla 1a e 4a Armata dal Capo di S.M. dell'Esercito Gen. Cadorna:

" ....al presente il nemico non è in grado o almeno non intende contrastare seriamente la nostra avanzata.
Conviene quindi approfittare di questo stato di cose guadagnando quanto più terreno è possibile ed occupando subito quelle posizioni oltre confine, la cui conquista, quando il nemico avesse il tempo di portarvi adeguate forze, costerebbe a noi grossi sacrifici"

Gli alpini avevano così occupato, in territorio austriaco, l'area compresa tra il lago di Campo e malga Leno.
Ma, dopo "il primo balzo offensivo", l'azione italiana subito si arenò; forse in attesa di ordini, esattamente come i gloriosi garibaldini di cinquant'anni prima? L'offensiva venne assunta allora dagli Austriaci.

Ricorda l'alpino Maloni:
"Nei primi giorni che eravamo accampati nella paghera a destra del Lago di Campo, di notte scendevamo in pattuglia alla malga Boazzo, vicino alla quale, al di qua del fiume Chiese, avevamo costruito una piccola trincea e, qualche volta, ci fermavamo lì anche di giorno.

Una mattina (io ero caporal maggiore, ma la pattuglia era comandata da un sergente di Schilpario col quale avevo combattuto anche in Libia), vediamo un soldato austriaco, solo, venire verso di noi al di qua del fiume.

Il sergente vorrebbe sparargli, ma io lo dissuado dicendo che in dodici saremmo ben riusciti ad avere la meglio su di lui.
Il soldato austriaco prende un ramo, vi fissa alla sommità un fazzoletto bianco e viene decisamente verso di noi.
Parlava bene l'italiano, meglio di noi.
Era un sergente maggiore austriaco, originario di Vienna.
Egli sapeva già tutto di noi, anche il nome dei nostri comandanti di compagnia.
Ci disse che aveva un segreto importante da confidare con urgenza al nostro comandante.

Allora, un alpino lo accompagnò su alla compagnia, dal capitano Musso.

- Io, signor capitano, - disse il sergente austriaco - sono qui per svelare una cosa urgentissima; ma lei deve rilasciarmi una dichiarazione da cui risulti che sono stato fatto prigioniero dalla pattuglia di malga Boazzo, non che mi sono dato io come prigioniero.
Lei faccia partire immediatamente un plotone che raggiunga Passo Ignaga e Passo del Forcel Rosso, perchè la mia squadra è diretta a far saltare la centrale di Isola, -

Allora partì subito il primo plotone della 51a compagnia, comandato dal tenente D'Amici.
I nostri alpini riuscirono a raggiungere i soldati austriaci al passo del Forcel Rosso, ma non a farli prigionieri;
si impadronirono però delle cassette di gelatina che essi avevano abbandonato nel darsi alla fuga.

Quel sergente maggiore austriaco venne lasciato libero.
A guerra finita si è rifatto vivo; non so se la società elettrica Stucchi (G.E.A., N.d.A.) l'ha ricompensato per il gesto compiuto.

Dopo questo fatto, la Milizia Territoriale ebbe l'ordine di collocare delle luci lungo tutti gli impianti idroelettrici, dalla vasca del Dosso sopra Grevo fino a Isola, da Isola al Vertice Q e lungo la diga del Lago d'Arno.
Vennero messi soldati territoriali un po' dappertutto". (19)


19) Non sappiamo se questo fatto possa essere collegato a quanto scritto dal prof. C. Abba su "ll Combattente" di Brescia del settembre - novembre 1981 che qui di seguito riportiamo, oppure se debba trattarsi di due episodi diversi:

"Un Capitano dei Carabinieri, nei primi mesi della guerra 1915-18, salva le dighe dei Laghi d'Arno in Valle Camonica

- Nel giugno 1915, a ostilità già iniziate fra Italia e Austria, comandava la compagnia esterna dei Carabinieri Reali di Brescia il capitano Mario Abba...
L'ufficiale aveva avuto notizia che il servizio di sorveglianza alle dighe (del Lago d'Arno, N.d.A.) era stato affidato ad una compagnia di milizia territoriale, costituita da militari di classi anziane che certamente si dovevano trovare a disagio alle quote sopra i 2000 metri....

Convinto dell'urgenza di provvedere ad assicurare un'efficiente sorveglianza, il capitano spostò la stazione dei carabinieri di Temù, che era sotto la sua giurisdizione, ai Laghi d'Arno e si recò subito al passo del Tonale presso il comando di un battaglione di alpini, comandato da un suo vecchio compagno del 2° Alpini di Cuneo, pregandolo di trasferire in sussistenza presso la stazione dei carabinieri portata ai Laghi d'Arno, una squadra di alpini in modo da poter provvedere alla formazione di pattuglie miste, un carabiniere e un alpino, in rinforzo alla compagnia di territoriali.

Dopo tre giorni di tale servizio, il capitano, con la teleferica per trasporto materiali che dal fondovalle portava alle dighe, si recò lassù per ispezionare il funzionamento del servizio e, mentre il carrello arrivava alla stazione in quota, udì degli spari, raggiunse velocemente la zona del conflitto a fuoco e constatò che una pattuglia, un carabiniere e un alpino, era entrata in contatto con elementi sospetti;
partecipò al conflitto che ebbe quale esito l'uccisione di un kaiserjeger, la cattura del capo pattuglia, mentre un terzo riusciva, fra le pietraie, a dileguarsi.

Vennero sequestrate due cassette di candelotti di dinamite e la perquisizione del capo pattuglia, sergente dei kaiserjeger Rian, fece trovare una carta topografica con segnato il vertice Q, punto vitale della diga, che doveva essere minato e fatto saltare.

Questo episodio penso meriti di essere ricordato e conosciuto.
Il tempestivo intervento, che l'ufficiale aveva attuato sotto la sua diretta responsabilità, evitò un disastro, che avrebbe avuto le più tragiche conseguenze per la valle e per le industrie belliche. - Prof. C. Abba".

(nota mia: la descrizione è talmente inverosimile da non essere credibile, a meno che si tratti di vere millanterie di questo capitano, campione di pregiudizi - ..... la territoriale inefficiente.... - e di coincidenze - .... la sparatoria proprio quando lui arriva a Vertice.... - e poi la citazione: fatta da un omonimo (... un parente?) - Abba - ben 65 anni dopo .....!!)


"Dopo il vano tentativo degli austriaci di danneggiare la centrale Elettrica di Isola, in Val Saviore,
- riferisce il Col. Ildebrando Flores, comandante de! Raggruppamento di Artiglieria della zona dell'Adamello, in "Artiglieria Alpina sull'Adamello" a cura di Luciano Viazzi -
fu provveduto ad un accurato servizio di sorveglianza lungo il pendio di Monte Campellio, (nota mia: non è il monte Campellio, bensì Zucchello), sul quale erano distesi i tubi che portano l'acqua dal Lago d'Arno alla Centrale di Isola, che durante la guerra somministrava energia elettrica a molti stabilimenti industriali della provincia di Bergamo, di Brescia, di Milano, fino all'Arsenale di Spezia.

E' quindi facile intuire di quali danni avrebbe risentito il nostro Paese se la tentata distruzione fosse riuscita; danni che sarebbero stati incalcolabili per gran parte della Val Saviore, per effetto della inondazione originata dal getto voluminoso dell'acqua, che ha un salto di circa 900 metri!!!
Allora, oltre a provvedere alla sicurezza della Centrale di Isola, fu provveduto anche contro possibili incursioni aeree, installando cannoni leggieri a difesa della zona del Lago d'Arno, della Centrale di Cedegolo e della Conca di Edolo".

Nel mese di giugno, infatti, un battaglione di Milizia Territoriale, proveniente da Milano,
"formato da fieri e robusti monferrini e da saldi e ben temprati alpigiani dell'alto Piemonte",
raggiunse il lago d'Arno e quivi fissò la sua dimora, in zona d'operazione, appena a ridosso della prima linea.

L'acquartieramento di circa mille uomini, a quota 2000 metri, rappresentò un'impresa a dir poco improba.
La presenza in loco di alcune baracche lasciate dagli operai dopo la sospensione dei lavori di costruzione della diga dovuta alla grave crisi dell'inizio della guerra, dovette essere completata con numerosi altri edifici richiesti dalle molteplici esigenze della truppa.

E con rapidità, ben sapendo quanto precoce ed inclemente potesse presentarsi l'inverno a quelle altitudini.
Sul finire dell'autunno l'opera era ormai ultimata: un villaggio militare, in riva al lago, animato da centinaia e centinaia di soldati, lì posti a protezione dell'impianto idroelettrico, ma anche in appoggio alle truppe alpine dislocate qualche centinaio di metri più in su, in faccia al nemico.

Ma lasciamo la parola ad Ernesto Pozzi, giornalista di guerra, che quel Battaglione di Territoriali volle ritrarre mentre, in lotta con la natura, affrontava i rigidi mesi invernali del primo anno di guerra.

"Nella seconda quindicina di giugno - scrive Ernesto Pozzi - i nostri "terribili" (questo era l'epiteto scherzoso con cui venivano solitamente indicati dai commilitoni i soldati della Territoriale, N.d.A.) erano già in zona d'operazione e dopo aver scavato trincee e compiute altre opere difensive, nel luglio avevano fissato la loro dimora a 2000 metri in una delle belle vallate trasversali alla Valcamonica.

Il luogo dove erano giunti, se era delizioso e pieno di seduzioni pei turisti che passano e se ne vanno, non era certo adatto per ospitare - colla probabilità anche pel prossimo inverno - mille uomini.

Non c'era tanto da meditare, bisognava rendere abitabile il luogo.
Infatti, questi vecchi soldati, ricchi d'esperienze acquistate nei lavori più svariati, tutti artieri fatti, si misero all'opera.
Prima, i muratori e sterratori, poi carpentieri, falegnami, fabbri e un numeroso stuolo di manovali;
con assiduità e capacità, in meno d'un mese, i sentieri erano divenuti strade comode, la roccia si era popolata di baracche, un villaggio alpino era sorto come per incanto.

Settembre aveva regalato la prima neve.
Il rigore dell'inverno avrebbe fatto presto sentire il suo morso.
Occorreva quindi un lavoro di maggior mole e solidità.
Ed ecco improvvisata un'altra legione d'artieri, muratori, spaccapietre, fabbri, ecc.
In omaggio al "prima vivere, poi filosofare" il primo edificio in pietra fu la cucina.

Un ufficiale decoratore, nella targa di cemento posta in fronte volle incidere, oltre al numero del battaglione, il guerresco motto:
"Sempre avanti Savoia" - Si osservò che il motto sulla cucina aveva sapore di forte ironia.
Chi non va avanti, chi si rifiuta di dare l'assalto alla . . - gamella piena di ottimo brodo corretto con un bel pezzo di carne?

Dopo la cucina, ecco sorgere un ben costrutto e solido ospedale e una piccola casa per l'infermeria, Una minuscola baracca venne destinata per la calzoleria, dove cinque abili operai, tutti del battaglione dovevano mettere quelle suole di cuoio che i ... patriottici fornitori avevano messo di cartone.

Poi, sempre con mano d'opera locale, si pensa alla sartoria, dove un sacrestano lombardo cuce, adatta gli abiti, dice il rosario, beve come un otre e a tempo perso fa concorrenza al barbiere che aveva trovato posto in una specie di carovana senza ruote.

Il villaggio era quasi al completo, La neve però cominciava a stratificarsi, i sentieri scomparivano, le cascatelle vicine non erano più che strisce argentee di ghiaccio e la pineta circostante sarebbe stata presto sepolta dalla neve.

Veniva il momento di fare la formica; tra le prime provvidenze per l'inverno a quell'altezza: la legna e l'acqua.
Così mentre i plotoni destinati alle gran guardie contro l'insidia nemica si inoltravano nella neve a raggiungere i piccoli posti
- veri nidi d'aquila nascosti tra le rocce e il ghiaccio, -
i disponibili, si trasformavano in legnaiuoli, e altri ancora disseppellivan la legna di sotto la neve e la adattavan alle stufe e ai fornelli della cucina.

Il fuoco era così assicurato, l'acqua doveva dare invece molta più fatica.
Tanto che la Decauville potè mantenersi sgombra, si andava con una botte presso una grossa e ruggente cascata, ma poi la neve aveva messo il suo veto alla viabilità.
Il problema non era né facile, né lasciava la scelta per la soluzione.

Il battaglione era sì, enciclopedico, ma lì, sottomano, un Mosè con la verga che rinnovasse il miracolo di far zampillare l'acqua non c'era. Il miracolo lo fecero i soldati.
Mancare d'acqua voleva dire non mangiare, non bere, non lavarsi né i panni né il viso.

Nel febbraio, le abbondanti nevicate dovevano mettere alla prova, dura e paurosa prova, i vecchi soldati che tante fatiche avevano superate con tanto spirito di sacrificio e con tanto senso del dovere.

Ogni nevicata voleva dire valanghe, enormi cumuli di neve, ostruzione ai sentieri fatti nella neve.
I viveri erano forniti da una teleferica che scaricava la merce a circa quaranta minuti dai baraccamenti.

Il tragitto era dei più pericolosi, le valanghe e le frane di neve erano quotidiane, se ne conosceva ormai il rumore come una vecchia conoscenza.
Mangiare si doveva e quindi a cordate di cinque, di Otto uomini cadauna, ogni giorno, via per la pericolosa e spaventevole strada.

Salivano carichi di sacchi, di ceste, di casse, di colli avvolti nelle più varie foggie d'imballaggi.

L'inverno è passato, lo sgelo ha scemato la neve e le valanghe non faranno più la loro comparsa.
Urlo terribile e pauroso della frana di neve è sostituito dalla musica allegra delle cascatelle e dal gorgogliare dei ruscelli.
Le pendici si spogliano dal pesante e uniforme manto bianco e si adornano di rododendri e di verzura, i pini rimasti svettano verso il cielo i loro pennacchi verdi quasi per vedere le mosse del nemico, "la vecchia territoriale" rimarrà al suo posto come se l'inverno non fosse mai venuto.

Lo sforzo è però stato fatto; anche questi uomini, non più giovani, non più obliosi come a vent'anni, hanno dimostrato una resistenza fisica di prim'ordine, forza che deve dire al nemico, che tutti gli uomini d'Italia sono validi alla guerra, sia pure la più aspra, la più dura". (20)

20) Il Secolo XX, Un inverno sulle Alpi con la Territoriale a cura di Ernesto Pozzi, luglio 1916, Milano.

La Milizia Territoriale (M.T. o Territoriali) era costituita dai soldati più vecchi d'età, dai 33 ai 40 anni, destinati solitamente a presidiare il territorio, mentre i soldati più giovani si battevano in prima linea.

Per la loro età i Territoriali, fin dall'inizio della guerra, furono oggetto di caricature da parte degli umoristi della penna e della matita.

"Si esaminarono infatti le vecchie storpiature di "terribili e tremebondi", si lessero gustose scenette, si videro pagine di riviste adorne di vecchi soldati, dalla barba ispida, vestiti alla...
...Cuttica, seguiti da stuoli di bambini mocciosi....
...il prosatore brillante e l'arguto caricaturista furono però subito smentiti.

La Territoriale anziché limitarsi a piantonane caserme, edifici pubblici, polveriere, ponti e linee ferroviarie, partì per la zona d'operazione, e venne in molti punti collocata immediatamente dopo la prima linea." (Ernesto Pozzi, ibidem).

A completare la difesa della linea di confine con la Val di Fumo essendo le due compagnie alpine, la 51a e la 90a, già impegnate al Passo di Campo, Re di Castello e Val di Leno, era stata destinata alla zona Adamè - passo di Campo anche la 3a Compagnia Volontari Alpini di Valle Camonica, formante il distaccamento "Adamé'" agli ordini del Cap.no Luigi Bresciani.

Essa giunse a destinazione il 14 giugno 1915.

"Il suo compito era quello di vigilare sulla linea di confine con la Val di Fumo, a nord del Passo di Campo, con piccole guardie ai seguenti valichi:
Passo Porta di Buciaga (mt. 2809),
Passo di Forcel Rosso (mt. 2598),
Passo Ignaga di Casinelle (mt. 2525)
e Passo d'Avolo.

Inoltre doveva svolgere servizio di pattuglia alla testata delle valli Adamé e Salarno sino al Passo di Monte Fumo, facendo quindi praticamente la guardia all'Adamello".(21)

21) Luciano Viazzi, I diavoli dell'Adamello, Ed. Mursia, Milano 1981, pag. 156.

Più tardi, a sostituire la 3a Compagnia Volontari, trasferita nella zona Adamello, nella primavera del 1916 giungeranno le Compagnie Presidiarie, 3a e 114a, che rimarranno in loco fino alla primavera del 1918, col compito appunto di presidiare i passi tra la Val Adamé e la Val di Fumo (Passo Ignaga, Passo d'Avolo, Passo di Forcel Rosso, Passo dei Russi, Passo della Porta, Passo Fumo).

Ai primi di luglio, provenienti da Vezza d'Oglio, giunsero sul luogo anche due compagnie del 67a Reggimento Fanteria col compito di affiancare l'azione degli alpini.
Dovendo esse assicurare le salmerie che gli alpini tenevano raccolte alla malga Campo e delle quali si servivano per i quotidiani rifornimenti dalla Valsaviore, le due compagnie di fanteria, si insediarono sulla riva sinistra del Lago di Campo, piantando le loro tende nel vicino pascolo erboso e sistemando la sede del comando nella cascina dei mandriani.

Ma sul versante opposto della valle stavano gli Austriaci.
Dall'osservatorio di cima Làtoia, distante circa 3 Km in linea d'aria dal Lago di Campo, essi controllavano tutti i movimenti delle nostre truppe, particolarmente del presidio appena accampato nella conca del Lago di Campo.

"Il comandante della nostra compagnia, capitano Musso, - riferisce l'alpino Maloni - aveva mandato un biglietto al tenente colonnello che comandava la fanteria dicendogli di guardarsi sulla destra perché al di là del fiume Chiese c'erano gli Austriaci che controllavano i nostri movimenti e quindi avrebbero potuto preparare un attacco contro di noi. Il comandante della fanteria rispose che anche lui era in grado di prevedere eventuali azioni nemiche e che non aveva bisogno del consiglio d'un capitano degli alpini".

Ma, come previsto, da Bondo, sede del III Rayon austriaco, partì l'ordine di organizzare un duplice attacco contro le nostre posizioni poste a difesa del Passo di Campo.

Ecco quanto scrive al riguardo l'Ufficio Storico del nostro Ministero della Guerra:

"Il nemico dal 5 all' 8 luglio in Val Daone tentò ricacciarci dalle nostre posizioni di Cima d'Avolo, malga Campo e Cima Boazzolo, da noi occupate oltre il confine fin dall'inizio delle ostilità, allo scopo di assicurare la difesa del Passo di Campo, degli impianti idroelettrici del Lago d'Arno e della retrostante ferrovia della Valle Camonica...

Il nemico attaccò le nostre posizioni con due colonne.
La prima, composta di una compagnia di Kaiserjager e di una sezione mitragliatrici, da Tione con marce notturne doveva portarsi per la Valle S. Valentino e Val di Fumo sino a malga Bissina, per sorprendere poi i nostri posti avanzati di Cima d'Avolo, e costringere col fuoco dall'alto le due compagnie del 67° regg. fant. a ritirarsi dalla sottostante conca del Lago di Campo.

Durante l'azione le due colonne sarebbero state collegate fra di loro e protette da un reparto di Landsturm, che presidiavano in modo permanente M. Bagolo.
L'azione delle due colonne non si svolse contemporaneamente.
Prima ad attaccare fu la colonna settentrionale, che all'alba del 5 luglio aprì il fuoco contro il nostro accampamento di malga Campo.
Le due compagnie del 67° regg. fant., riavutesi subito dalla sorpresa e noncuranti delle perdite, contrattaccarono il nemico, il quale si ritirò precipitosamente, lasciando sul terreno alcuni morti".(22)

22) Ministero della Guerra - Ufficio Storico - L'esercito italiano nella grande guerra (1915-1918) - Vol. II - Le operazioni del 1916 (Narrazione), pag. 322-323.

Ma seguiamo lo svolgimento di quell'attacco nella ricostruzione fatta, nel 1955, da Dante Ongari, appassionato studioso di cose trentine:

"La notte sul 4 luglio un tenente dell'Austria superiore con una sessantina di volontari e due mitragliatrici, guidato da persona pratica dei posti, scende dalla Bocchetta di Làtola per un valloncello verso ovest fino a toccare un falsopiano erboso bagnato da un rivo che scorre presso malga Làtola.

Riposatasi alquanto, la carovana riprende a calarsi per la ripida doccia rocciosa che balza sul fondovalle di Fumo ove uno dei componenti la spedizione si rompe un piede e deve essere riportato indietro.

Lungo una cascatella d'acqua, un pendio d'erba, un lariceto rado gli uomini finiscono in riva al Chiese che traversano lesti a malga Bissina risalendo la paludosa opposta riva fino a nascondersi tra le ultime macchie di selva.

Al primo sole del giorno la marcia s'arresta per l'intera giornata nella radura non lontano dalla malga Pietrafessa, sotto a una fascia di roccia che impedisce la vista dall'alto.

Dopo il tramonto, i soldati riprendono a salire silenziosi tra il cespugliame di mughi e di sterpi della sponda sinistra del torrente che sfiora dal Lago di Campo; la salita è rallentata da un violento temporale che rifulmina le punte degli ultimi lanci già deformi.

Al primo spuntare dell'alba gli attaccanti giaciono stesi a terra, muti, sul ciglio della gobba morenica che dal Corno d'Avolo declina a sbarrare la sponda nord-est del lago.

Da 400 mt. di distanza le armi sono già puntate contro le chiare piramidi delle tende e la scura massa dei muli legati in circolo all'addiaccio, quando il grido d'allarme d'una sentinella squarcia il silenzio dell'accampamento immerso nel sonno.

Nello stesso istante gli austriaci aprono il fuoco contro l'attendamento; balzano i soldati sorpresi dall'imboscata e cercano scampo al riparo dei massi di granito sparsi per il pascolo tentando di reagire con debole fucileria.
Colpiti uomini e animali, la spedizione batte in veloce ritirata per il sopraggiungere di Alpini che fiancheggiano il presidio del lago.

Gli austriaci lasciano un volontario morto al suolo, un salisburghese, e s'affrettano sulla via del ritorno protetta da una dozzina di uomini al comando di un atesino appostati al laghetto di Copidello, situato proprio di fronte al Lago di Campo sull'altro fianco della valle; altra pattuglia comandata invece da uno slavo è posta a intercettare ogni aiuto al presidio aggredito da parte degli Alpini della finitima Val di Leno.

Alquanto incerta è la perdita italiana che tra morti e feriti s'aggira sulla quarantina di uomini compreso il loro comandante.
I morti sono stati pietosamente sepolti dai commilitoni nel ricco pascolo della riva ovest del lago dove ora, dopo quarant'anni, si nota appena la traccia.
Quest'anno ho avuto l'occasione di rizzare la rozza stele di granito che stava spezzata nel folto delle erbacce come una pietra qualunque.
Sebbene corrosa vi si legge incisa l'epigrafe laconica: "5 luglio 1915 - Ai fratelli d'armi",(23)

23) Dante Ongari - Le scorribande degli Austriaci in Val di Fumo nella prima guerra mondiale, cit., pag. 4.

"I primi ad intervenire contro gli Austriaci, - precisa l'alpino Maloni - furono gli alpini conducenti dei muli che, trovandosi a quell'ora al Passo di Campo mentre scendevano a portare la spesa alle nostre truppe, visto quello che stava accadendo, abbandonarono i muli al passo e, attraversando il costone roccioso, si misero ad inseguire gli aggressori austriaci che, per non essere presi alle spalle, fuggirono con le loro due mitraglie, una delle quali, fortunatamente, già fuori uso perché inceppata".

I morti italiani, secondo l'Ufficio Storico del Ministero della Guerra, furono 11 (compreso il comandante, Ten. Col. Vittorio Galli ).(24)

24) Due dei soldati morti, Bottobio Giovanni e Mazzola Luigi del 67° Fanteria, risultano deceduti, appunto il 5 luglio 1915, nell'ospedale militare di Cedegolo, sepolti nel cimitero di quel paese, e quindi traslati nel Monumento Ossario di Brescia.
Anche per il Ten. Col. Galli Vittorio, va precisato che il suo decesso avvenne, non la mattina del giorno 5 al momento dello scontro con gli Austriaci, ma la sera, al Passo di Campo dove, gravemente ferito, era stato trasportato.
Tale risulta dalla seguente trascrizione dell'atto di monte eseguita dall'Ufficiale dello Stato Civile del Comune di Cevo:

"Il Sindaco, a seguito comunicazione del Comandante del Presidio Lago d'Arno, dà atto che alle ore venti e minuti trenta circa del giorno cinque del mese di luglio anno 1915, mancava ai vivi, in località Passo di Campo, Comune di Cevo, in seguito a ferite d'arma da fuoco, il Tenente Colonnello Galli cav. Vittorio, Garibaldi nomato, di Michelangelo e di Bagiotta Giuseppina, di anni 54, nato a Bergamo e domiciliato a Como, coniugato con Antonini Irene.
- L'Ufficiale dello Stato Civile: Biondi."

(Cfr. "Elenco dei militari tumulati nel Monumento Ossario in Brescia", presso il Cimitero Vantiniano di Brescia).
(Cfr. Archivio Comune di Cevo, Registro Atti di Morte 1915, Parte 2a, Serie C, n. 1)

I feriti italiani, sempre secondo il suddetto Ufficio Storico, furono 52. (25)

25) Ministero della Guerra - Uffico Storico - cit. - Vol. II (Documenti), pag. 410.

Il nemico lasciò sul terreno non "alcuni morti", ma un solo morto.
Non mancò chi criticò aspramente l'accaduto, attribuendo tutta la responsabilità della strage ai comandi superiori.

Il Ten. Col. Giulio Douhet, Capo di Stato Maggiore della 5a Divisione Alpina, quella appunto che operava al Passo di Campo, scrisse in data 6 luglio 1915:

"Le due compagnie di fanteria e le salmerie si trovavano nel fondo dell'imbuto (sotto Cima d'Avolo nella malga Campo, N.d.A.) e gli Austriaci avevano naturalmente osservato tutto, così ieri mattina all'alba con due mitragliatrici e pochi uomini, da un punto che trovasi sull'orlo dell'imbuto, fece fuoco sull'accampamento ancora nel sonno, quindi si ritirarono.

Risultati per noi una dozzina di morti (fra i quali il Comandante del Battaglione), una quarantina di feriti, quaranta e più muli uccisi.

Naturalmente ora verrà data la colpa della sorpresa al morto, ma la colpa non è sua.
Dovendo tenere le salmerie degli alpini al lago, doveva tenervi anche la truppa ed in terreno d'alta montagna come quello, la fanteria doveva necessariamente, un giorno o l'altro, venire sorpresa da qualche reparto nemico ardito e bene armato.
La colpa è di chi, per un collegamento teorico, col fianco esposto al nemico, ha ordinato di tenere truppe in così bizzarra posizione". (26)

26) Giulio Douhet, Diario critico di guerra - anno 1915, Ed. G.B. Paravia e C., Torino 1920, pag. 62.
Questo il giudizio dato da Piero Pieri, il maggiore studioso italiano di storia militare, sul Diario di Douhet:

"E non parliamo del carattere negativo del Diario, sebbene l'Autore nella prefazione si preoccupi di avvertire del contrario.
Accanto a errori e a deficienze, quali rivelazioni d'energia, di capacità organizzatrice, di spirito di sacrificio, d'eroismo! Proprio il tono acre e negativo nuoce specialmente al libro, senza dubbio interessante e ricco volta a volta di grandi verità, di buon senso e d'acutezza, facendolo sembrare, assai più di quanto in realtà non sia, un lungo e spesso acre sfogo polemico".
(Piero Pieni, La prima guerra mondiale 1914 -1918, Gaspari Editore, Udine 1998, pag. 7 1-73).

Certamente il sito assegnato alla fanteria non era dei più felici, costituendo un facile bersaglio per l'artiglieria nemica, ma la strage la si dovette esclusivamente al fattore sorpresa, contro il quale dovevano essere adottate tutte le misure del caso; ma il tardivo grido:
d'allarme d'una sentinella fa pensare diversamente.

Il fattore sorpresa dei Kaiserjager non sortirà invece un effetto altrettanto positivo, due giorni dopo, contro le truppe alpine della Val di Leno, le quali, come la fanteria, si trovavano permanentemente esposte al controllo visivo del nemico.

Il giorno 7 luglio, infatti, partì il preordinato attacco degli Austriaci contro le due compagnie alpine di malga Leno

"condotto dalla seconda colonna composta di un reparto di Kaiserjager e di una sezione d'artiglieria da montagna, che, dalla regione a sud di Lardaro doveva risalire la Val Daone, scacciare i nostri elementi di sicurezza dalla Cima Boazzolo, indi col fuoco d'artiglieria obbligare le due compagnie alpini a ritirarsi dalla sottostante Val di Leno.

La colonna subì un notevole ritardo nella marcia, a causa delle difficoltà incontrate per il trasporto dell'artiglieria, e soltanto all'alba del 7 fu in grado di attaccare la nostra posizione di Cima Boazzolo.
Respinta dalle due compagnie alpini, ripetè il tentativo il giorno seguente, dopo aver postato i pezzi della sezione da montagna sulle pendici di M. Bagolo;
ma contrattaccata e minacciata di avvolgimento, fu costretta a ritirarsi, lasciando nelle nostre mani qualche prigioniero e vario materiale bellico" -(27)

27) Ministero della Guerra - Ufficio Storico - cit. - Vol. II (Narrazione), pag. 322-323

Dopo queste azioni militari, la lotta in Val di Fumo praticamente cessò.

L'alpino Maloni ricorda:

"Dopo la disfatta del Lago di Campo, la 67a Fanteria fu subito ritirata;
al suo posto venne mandato un altro reggimento di fanteria, sempre di rincalzo a noi alpini, formato soprattutto di bergamaschi.
Si decise anche di mettere sulle creste, lungo la linea di confine, a difesa dei passi, delle piccole postazioni formate da due alpini e da un fante e collocate alla distanza di circa 500 metri una dall'altra;
a turno salivamo a darci il cambio.

Le pattuglie di postazione si tenevano in collegamento fra di loro, sparando ogni tanto un colpo di fucile 91.
In autunno fu ritirato anche il secondo reggimento di fanteria.
Con l'arrivo della neve c'eravamo solo noi alpini al di là del confine; poi una notte anche noi siamo stati ritirati e siamo venuti al Passo di Campo, dove siamo rimasti per tutto l'inverno".



IMMAGINI


lago d'Arno


pozza e lago d'Arno


pozza d'Arno


valle Adamé


lago di Campo


corno della Vecchia


dal monte Campellio


lago d'Arno


lago di Campo


lago di Campo e val di fumo


monte Campellio


passo di Campo


lago di Campo


lago d'Arno


sega d'Arno


lago di Campo


lago di malga Bissina


lago di Campo


passo di Campo


malga lago di Campo


lago di Campo


malga lago di Campo


conca lago di Campo


conca lago di Campo


lago di Campo


malga lago di Campo


malga lago di Campo


lago di Campo


lago di Campo


diga-lago di malga Bissina


diga-lago di malga Bissina


lago di Campo


lago di Campo


conca lago di Campo


passo di Campo


lago di Campo


lago di Campo


lago di Campo


lago e pozza d'Arno


lago di Campo


lago di Campo


lago di malga Bissina




passo di Campo


passo di Campo


passo di Campo



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Last updated 24.6.2007